La “censura” di Facebook siamo noi
La delega alle piattaforme

Spiace dover dissentire da tanti, ma i censori siamo noi. Il rischio illiberale che molti denunciano perché Facebook ha deciso di chiudere i siti di Casapound, l’abbiamo voluto noi, democratizzatori del web, regolatori , legislatori e gli utenti. Dite di no? Eppure abbiamo invocato, adottato (e subito) continuamente regole e leggi, ed altre ne richiediamo, inadatte e pericolose. La delega alle piattaforme l’abbiamo iscritta nella giurisprudenza mondiale, nelle leggi e nelle direttive europee a lettere di fuoco: “le piattaforme sono responsabili dei contenuti di chi le usa!” .Res-pon-sa-bi-li. significa che se l’utente sbaglia può pagare la piattaforma, ergo, le piattaforme sono autorizzate a prendere misure per evitarlo. Noi stessi la mettiamo in pratica ogni giorno : se mi sento offeso o danneggiato dal comportamento di un utente posso fare una azione legale contro la piattaforma e questa (a volte) può essere condannata. La piattaforma, agisce a norma di legge, ma come i “precogs” di “Minority Report”: elimina il rischio di un crimine.
Il Diritto all’Oblio

Quand’è cominciato? Per quel che riguarda internet , a mio avviso, la data chiave è il 13 maggio 2014 quando la Corte di giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata sul caso Google Spain contro Agencia Española de Protección de Datos (AEPD) e Mario Costeja González[52]. La decisione definita “strong regulation”, che obbliga a rimozione di contenuti a richiesta, è una linea fortemente sostenuta allora anche da Stefano Rodotá per “correggere lo squilibrio contrattuale” tra utente e piattaforma. Per una strana eterogenesi dei fini, però, chiedendo a “Google Search” di rimuovere e de-indicizzare un contenuto che ci riguarda, abbiamo dato a Google la possibilità se non l’obbligo di decidere su scala globale. Egualmente dicasi per la direttiva sulla protezione del copyright (necessaria quanto malfatta e discutibile ) che prevede rimozioni, obblighi e compensazioni per contenuti caricati dagli utenti. Sono solo i primi articoli di fatto della famosa “Costituzione di Internet” (che personalmente non mi ha mai convinto) coi quali non (?) ci siamo accorti di aver “trasferito” un potere giudiziario preventivo.
Abbiamo scritto infatti che il proprietario del treno sul quale viaggia un passeggero che fa il saluto fascista, o insulta un ebreo, è responsabile anche per lui e dunque che tale proprietario – “il provider del trasporto” – non può che “sbarcare” il passeggero “hater”, perché se aspetta la polizia intanto e diventato responsabile di un reato; così se un blogger o un utente pubblica un contenuto coperto da copyright deve pagare le conseguenze anche la piattaforma che non lo de-incidizza . Pagare gli snippets delle news è obbligatorio anche se l’autore lo consente. E così via.
Così Google News, nata dopo il tragico 11 settembre, per consentire agli utenti che cercavano “Twin Towers” di trovare notizie dai media (senza advertising), ha “deciso” di chiudere Google Noticias per evitare gli obblighi di pagamento della legge spagnola, su uno strumento da cui non guadagna in pubblicità, con vantaggi relativi dei grandi e svantaggio dei piccoli editori .

Facebook ha moltissimi difetti , ma non quello di essere “censore algoritimico” “contro” la ns volontà . Quando chiediamo ed otteniamo di bloccare un vomitevole utente, Facebook o Twitter a volte lo fanno. Dunque siamo utilizzatori di una legge e di un potere delegato di censura. O no ? Il vero social siamo noi , ma la piattaforma non distingue le ns. ragioni, applica una regola, e (ad esempio ) sulla base di sensibilità opposte blocca sia il porno che il nudo artistico. La via d’uscita é difficile da seguire, ma ragionevole. La difesa dalla eventuale improprietà delle decisioni e dal potere contrattuale esercitato dai giganti sul web sta nel ricorrere a regole, ma anche a culture (che non ci sono) per:
- Rendere molto più consapevoli gli utenti delle loro responsabilità dirette (anche con denunce) e del loro potenziale di autodeterminazione
- Rendere più responsabili per legge le piattaforme su trasparenza, trasparenza, trasparenza (cosa firmo? cosa cedo? che ci fai?) ed equità dei contratti
- Garantire l’assoluto, costante controllo di ciascuno sui propri dati ovunque
- Impedire comportamenti e fatti monopolistici, violazioni del mercato, soprattutto evasione ed elusione fiscale (implementando le azioni BEPS dell’OCSE)
- Limitare la diffusione di comportamenti quando siano gravemente pericolosi; affidando la maggior parte delle azioni “limitative “ della libertà a (quella di nuocere ed offendere beninteso) non al “contratto” tra piattaforma e utente e alle sue conseguenze (che è una delega abbastanza squilibrata), ma alla collaborazione con le autorità giudiziarie.
Certo è che per non vedere un post colpevole di odio dovremo allora aspettare l’esito di un processo, sperare nel deterrente di una indagine, oppure lasciare Facebook . Ma altrove il problema non si riproporrebbe ?
Massimo Micucci
