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Il decalogo del giorno dopo — Il Giorno Dopo

Snam, Rete Gas e Terna ci assicurano che uomini e mezzi tecnologici non faranno precipitare il paese nel “blackout”, nonostante il lockdown avesse sollevato il dubbio. E meno male. Il problema é che, nella società delle reti, tutte le altre reti sono ferme o gravemente danneggiate. Le reti siamo noi.

Quali sono i nostri gruppi di continuità, i sistemi di sicurezza che ci tengono in vita? Il distanziamento ed il fermo minano le relazioni umane, ma soprattutto quelle socio-economiche di base: intere aree del paese sono a reddito zero. E non torneranno a produrre reddito per molto tempo. Perdiamo sangue e le riserve di plasma scarseggiano. Molti saranno senza liquidità, senza risorse, e lo stato aiuterà, ma per quanto? In una guerra non c’é solo il fronte con le armi, ed i soldati, non c’è solo debito a dare sostegno, c’é l’economia di guerra. Le risorse strategiche non si possono produrre senza produzione e senza lavoro, e poiché il nemico è ovunque non basta la guerra in un solo paese. Mentre si sfalda lentamente l’illusione degli uomini forti come risolutori e quella del vicino nemico, resiste la balla del “prima noi”. Il solipsismo nazionalista verrà meno. Da soli siamo tutti al palo e perdenti, alcuni paesi d’Europa possono, forse, illudersi più di noi di farcela, ma a far che? Il consenso o il dissenso non riempiono le pance.

Il blackout socio economico, dunque, c’ė già, mentre il virus non é sconfitto. Questa è l’unconvenient truth, altro che le date su cui si accapigliano i twittaroli politici che ormai governano i governanti televisivi. Nella “società delle reti” bisogna riparare i link e gli hub con le giuste precauzioni, anche mettendo le mani anche dove c’è rischio, mentre i cavi sono scoperti, mentre il reattore brucia. Con attenzione, circospezione e coraggio.

Da queste considerazioni un primo, personale decalogo per il giorno dopo.

  1. Riparare, in corsa, il sistema sanitario paziente-centrico e farlo comunitario, preventivo, intelligente e resiliente. Migliorare ora quantità e qualità: dargli il sangue dei mezzi, dei test e dell’analisi dei dati, centralizzata e funzionale. Truppe ben armate e alimentate sulla linea del fuoco. Accentramento e coordinamento di indirizzi , standard e forniture per l’emergenza, decentrando e mettendo in sicurezza le truppe sul campo. Non ci può essere una regione che decide di fare tamponi e una no.
  2. Guardare in basso, non dai gabinetti e dalle necessarie autopattuglie, e distinguere, grazie ai test, gli infettati veri da quelli che non lo sono, decidere chi deve stare e quanto isolato. Distinguendo, potremo vedere le persone non come “minacce”, ma come risorse da premiare chi deve “tenere le distanze” e chi contribuisce a questo. Premiare e sostenere, ad esempio, l’home delivery sicuro e protetto.
  3. Estendere ciò che avviene nel settore degli alimentari, col distanziamento e controllo ancora più rigoroso, ad altre categorie merceologiche. Le forze dell’ordine controllino e dissuadano, anche con strumenti tecnologici, i rischi di assembramento (già waze lo fa su zone rosse) non chi cammina o lavora perché deve, a più di un metro dal prossimo.
  4. Ricostruire le nostre retrovie ed i territori presidiati: a partire dalle filiere dell’economia della finanza e del commercio. Liberate dalla burocrazia inutile e rafforzate dalla tecnologia.
  5. Le maglie che possono non essere spezzate vanno rafforzate, migliorate, rese sicure: il lavoro a distanza va usato anche per sostenere le presenze necessarie e possibili, nelle fabbriche e sui cantieri. In una recessione che diventa depressione il lavoro non ritorna.
  6. Quel che dobbiamo fare non é imparare ad essere prigionieri modello ma ad essere persone e lavoratori più liberi e più sicuri. Come ? Liberandoci dalle catene delle burocrazie inutili, dagli ‘obblighi’ folli, dalle duplicazioni di leggi e di poteri. Via quella gabella odiosa che è l’autorizzazione, il permesso, il controllo ex ante. I controlli siano tutti ex post e di sostanza.
  7. Liberiamoci dalla giustizia immobile, molteplice, cartacea, legata al potere fisico di chi calca le aule, scartabella e rinvia. Una giustizia che non riprenderà senza delegificazione, depenalizzazione, senza lavoro agile, senza processo e procedimento telematico. Tutto ciò che si faceva in presenza prima del Covid, deve potersi fare a distanza e senza discriminazione. Si stabilisca quali sono le eccezioni e per le quali si deve essere in una aula, in un luogo fisico. Ne guadagneranno la certezza del diritto e le indagini.
  8. Liberiamoci anche della scuola immobile, della Università lenta, tradizionalista, settaria e baronale. La formazione a distanza rimarrà una componente inevitabile ed espansiva della didattica e dello studio. Il carattere sociale ed intensivo della presenza fisica sarà legato all’insegnamento esperienziale, di laboratorio e trasversale, che ne verrà esaltato.
  9. Riprendiamoci i lavori: semplifichiamo il lavoro e soprattutto l’accesso alle nuove competenze/esperienze facendo di università, scuole ed imprese i pilastri del reskilling e del riposizionamento di milioni di senza lavoro. Raggiungendoli a casa.
  10. Riprendiamoci la rete: lavoriamo, come fa attualmente IBM con i GAFA e attraverso sistemi opensource col progetto Mipasa, per rendere omogenea la raccolta, l’interpretazione, la protezione e la proprietà, l’analisi e la sicurezza dei dati. Rafforzando certezze, garanzie, accessibilità ed opportunità, grazie allo sviluppo e alla diffusione di tecnologie distribuite e intrinsecamente sicure come BlockChain, abilitate dal riconoscimento istituzionale e verificate dai fatti. Re-impariamo il digital writing, la nuova alfabetizzazione diffusa come fosse la prima: esprimersi è capire, impariamo a farlo su nuove basi dentro alla logica degli algoritmi e delle piattaforme che, come si vede, possono essere alleati. Qualcosa che usi senza capire ti sta usando, quando cominci a capire, finalmente, sarai tu ad usarlo.

Originally published at http://www.ilgiornodopo.com on April 1, 2020.

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