Creativizzazione: una via allo sviluppo dei nostri borghi
L’economia si sta creativizzando e con la pandemia le città hanno subito un contraccolpo nel riuscire ad attrarre i talentuosi giovani della “creative class”… e se a questi venissero proposti, come alternative, borghi pieni di tecnologia, talento, e tolleranza?

Esiste una forza attraente verso le città, che attira inesorabilmente i nostri giovani e non dipende solo dalla scarsità di servizi e forse neanche dalla disponibilità di lavoro, si tratta di qualcosa in più. Le città rispetto ai nostri borghi promettono ai nostri giovani una vita basata sulla creatività, una caratteristica preponderante della loro fase dell’esistenza, che li attrae ineluttabilmente.
E’ il matematico Henri Poincaré a darci la definizione più precisa di creatività: “Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili”.
Più il lavoro nelle nostre società diventa precario e più i giovani sentono il bisogno di dedicasi ad attività creative che posseggono il dono di fornire identità e riconoscimento. Nuovo e utile sono i pilastri della creatività che poggiano sulle basi della storia e della società. Il nuovo ha il valore relativo al periodo, l’utile comporta un riconoscimento sociale. Il superamento delle regole esistenti e il riconoscimento di un’utilità economica, estetica o etica della nuova regola condivisa, è a quanto di meglio loro possano aspirare.
Sono questi giovani (o meno giovani) che danno vita alla cosiddetta Creative Class della Creative Economy secondo certe definizioni di Richard Florida, sebbene non sia giusto parlare di classe e di una “economia a sé stante” ma piuttosto di trasversalità della creatività e della creatificazione dell’economia. L’industria ha industrializzato tutti i settori economici, poi lo ha fatto l’informatizzazione, ora la creatività li sta creativizzando, anzi lo sta facendo da molto tempo. Per capire di cosa stiamo parlando basta pensare al grande valore aggiunto dei prodotti sul mercato dei nostri giorni e alla nostra disponibilità a pagare di più per il marchio che per il prodotto stesso. Il branding infatti rappresenta l’aggiunta di valore creativo a un prodotto e questo non è altro che un “racconto”, ciò che il consumatore vuole credere.
Non stiamo assistendo all’emergere di una nuova economia che interessa un gruppo privilegiato di persone, ma siamo testimoni di una profonda creatificazione dell’intera economia.
La componente creativa è la parte del prodotto pagata percepibile, esperienziabile ma non tangibile. Sta diventando sempre più importante ciò che attiene alla componente creativa del prodotto, quella inerente il branding, ovvero il racconto evocato e le sensazioni suscitate nel cliente. Il valore aggiunto totale di tutte queste componenti creative di tutta questa produzione mondiale costituisce una parte estremamente importante dell’economia mondiale odierna.
Gran parte di questo valore viene generato nelle città. E poiché parte del prodotto è intangibile, il lavoro necessario per produrlo può essere svolto ovunque. Richard Florida ce lo ha spiegato molto bene. Mentre il lavoro creativo può svolgersi ovunque, questo non è ciò che vediamo nella realtà: alcune città, a differenza di altre, riescono ad attrarre queste attività economiche. Sempre più economie sono disconnesse dalle nozioni tradizionali di luogo. Gli agricoltori hanno bisogno di terra. I pescatori hanno bisogno del mare. I minatori hanno bisogno di miniere. Gli impianti di produzione hanno bisogno di linee di trasporto, energia e persone che vi lavorino. Tutti hanno bisogno di un mercato. L’economia creativa ha bisogno di città attraenti… ma qualcosa sta cambiando.
Le Nazioni Unite hanno riconosciuto l’economia creativa come risorza essenziale per generare un futuro in grado di rispettare l’ambiente, i lavoratori, i principi fondamentali della democrazia e della convivenza sociale. Non è un caso che abbia indetto il 2021 “International Year of Creative Economy for Sustainable Development”.
L’Anno Internazionale dell’Economia Creativa per lo Sviluppo Sostenibile giunge in un momento storico molto critico per l’economia creativa. La pandemia da COVID-19 ha infatti paralizzato l’intero settore culturale ed artistico; che si tratti della ideazione, creazione, produzione o distribuzione di materiale culturale ed artistico, nessun attore nella catena produttiva è stato risparmiato dal grave impatto della pandemia. La crisi sanitaria ed economica ha anche rivelato e acuito le vulnerabilità preesistenti all’interno del settore culturale. Se molti artisti e professionisti non hanno potuto beneficiare degli aiuti sociali ed economici, i loro contenuti creativi (soprattutto online) hanno ricevuto un aumento vertiginoso delle visualizzazioni dei loro contenuti online.
Il pensiero creativo, soprattutto in un periodo post pandemico, è strumento prioritario per dare nuovo slancio all’innovazione, nella risoluzione dei problemi, forza propulsiva per uscire dalla recessione.
L’economia creativa è un concetto in continua evoluzione, si basa sull’interazione tra creatività e idee, proprietà intellettuale, conoscenza e tecnologia, paradigma della trasformazione della nostra società da un’economia industriale a una basata sulle idee.
L’economia creativa, insomma, è quell’insieme di attività che sostengono l’imprenditoria, stimolano l’innovazione e avvicinano le persone, a partire da giovani e donne, preservando e promuovendo il patrimonio culturale e la diversità. È per questo che viene considerata un settore capace di creare equità e inclusione, ed è ancora più importante in un mondo in cui il dibattito politico e culturale è sempre più polarizzato, più estremizzato, più urlato e meno ragionato.
L’economia creativa rappresenta circa il 3% del Pil globale e spazia dallo spettacolo all’editoria, dalla pubblicità all’architettura, dal design alla moda, dal cinema alla fotografia, fino alla musica, ai software, ai giochi per computer, e tv e radio.
È un comparto in rapida espansione, che cresce ogni anno di un valore vicino al 10% nei Paesi in via di sviluppo. Tanto che, secondo recenti previsioni, rappresenterà circa il 10% del Pil globale nei prossimi anni.
E ovviamente un settore in espansione è anche foriero di nuovi posti di lavoro, nuovi guadagni, nuovi segmenti di mercato: qui lavorano più di 30 milioni di persone in tutto il mondo, per lo più giovani.
Richard Florida ci dice che i servizi culturali, musei, gallerie d’arte e sale da concerto, quartieri dello shopping di lusso e enclaves di artisti bohémien possono attrarre la “classe creativa”. Diversità, creatività e innovazione sono sempre state caratteristiche di una città vitale che portano allo sviluppo e alla crescita. Secondo la teoria del capitale umano di Becker, la crescita e lo sviluppo urbano delle città dipendono dal più alto tasso di educazione e istituzioni per attirare talenti.
Molte città hanno finanziato le università e lo sviluppo della tecnologia per migliorare la forza lavoro e attrarre talenti. Queste anche le politiche “città-centriche” in Europa.
Richard Florida ha elaborato la sua teoria del “capitale creativo” con cui concorda parzialmente con l’approccio del capitale umano. Infrastrutture come buone istituzioni educative e scuole sono davvero importanti per attrarre talenti in città, ma menziona anche fattori di stile di vita positivi per mantenere la classe creativa.
La pandemia ha evidenziato l’aberrazione del primato valoriale delle città.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di pensiero creativo, innovazione e risoluzione dei problemi per immaginare noi stessi fuori dalle sfide di disuguaglianza e vulnerabilità che attanagliano i borghi sempre più marginalizzati.
Proprio in questa fase di transizione post-pandemica, andando verso una riapertura a pieno regime di tutte le attività, l’industria creativa ha l’opportunità di re-immaginarsi, di ridefinire i propri parametri, facendo da apripista per gli altri settori dell’economia nel percorso verso un futuro più equo, sostenibile, inclusivo che guardi sempre più ai piccoli centri.
I borghi devono trasformarsi in centri creativi e fornire un ambiente in cui tutte le forme di creatività, artistica e culturale, tecnologica (condizionando l’economia turistica e produttiva) siano sperimentate. Florida sostiene che questa classe creativa desidera essere in un posto dove può sperimentare, vi sia apertura alla diversità di tutti i tipi e l’opportunità di convalidare le loro identità come persone creative. I creativi sono multifunzionali e non stigmatizzabili, potrebbero aderire alla nuova prospettiva in cui vengono visti i “borghi che ce la stanno facendo”: centri di esperienza, stile di vita, servizi, divertimento, auto-formazione e sperimentazione.
Se i borghi vogliono riuscire nella nuova economia creativa devono possedere: tecnologia, talento, e tolleranza (in senso esteso a racchiudere la sostenibilità) . Ognuna è necessaria, (ce lo dice la Florida), ma ogni singola condizione è insufficiente. Un borgo deve soddisfarle tutte e tre per attrarre persone creative e di talento e stimolare lo sviluppo.
